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Mercato e politica monetaria, quale la causa del fallimento?


Mercato e politica monetaria, quale la causa del fallimento?
Siamo in presenza di un’autentica alluvione di articoli dedicati al fallimento del mercato come causa dell’attuale crisi.

Tanto per citare alcune delle variazioni su questo tema, si parla di “fine del secolo americano”, “sconfitta definitiva della scuola di Chicago”, “ritorno alla presenza dello Stato nell’economia” e via farneticando.


Ma siamo davvero in presenza del fallimento dell’economia libera e di conseguenza al ritorno allo statalismo? A me non sembra proprio; sono invece convinto che quanto sta accadendo costituisca clamorosa illustrazione dei disastri commessi dalla politica, dell’insensatezza dell’idea che l’economia debba essere affidata alla superiore saggezza e lungimiranza dei nostri governanti, di uno straordinario esempio di come i politici possano impedire ai mercati di funzionare, producendo disastri. Vediamo di chiarire.

Ci siamo già occupati del tema in precedenti occasioni: abbiamo visto i guasti prodotti dalle politiche volte ad assicurare a tutti l’accesso alla proprietà della casa, l’insensatezza di tentare di impedire il fallimento di case automobilistiche condannate all’inefficienza da contratti di lavoro imposti da sindacati miopi ed esosi, i disastri perpetrati da dinosauri parastatali impegnati nella concessione di mutui anche a quanti non possedevano le garanzie necessarie, e le crisi determinate dall’adozione, su insistenza del Fondo Monetario internazionale, di cambi fissi.  Ora vorrei parlare di un tema che professionalmente mi è da sempre molto caro: le conseguenze funeste di una politica monetaria sbagliata. 

L’ex governatore della Fed, la banca centrale degli Stati Uniti d’America, Alan Greenspan nel tentativo di impedire un rallentamento della crescita ha condotto una politica monetaria energicamente espansiva riducendo il tasso d’interesse a livelli molto bassi e tenendolo all’uno per cento per alcuni anni. In genere, una politica di questo genere determina inflazione ma in questo caso il prezzo dei beni di consumo non è aumentato significativamente il che sembrerebbe indicare che l’aggressiva espansione monetaria voluta ed attuata da Greenspan non sia stata controproducente. La conclusione è affrettata perché una politica monetaria espansiva determina un aumento della spesa non solo in beni di consumo ma anche in titoli, in abitazioni ed altri beni durevoli.

Il fatto che i prezzi dei beni di consumo non aumentarono sensibilmente a causa dell’espansione monetaria è spiegabile con l’aumento delle importazioni americane di prodotti esteri favorito dalla debolezza del dollaro e dalle aggressive politiche di stimolo alle esportazioni adottate da molti paesi. Abbiamo visto in un precedente articolo come questa sia stata la direzione decisa dai paesi asiatici che avevano fissato il cambio a livelli artificiosamente bassi proprio per essere più competitivi sul piano internazionale. L’importazione in USA di beni di consumo dall’estero ha, per così dire, “calmierato” i prezzi interni: l’aumentata domanda americana è stata soddisfatta dai prodotti importati.

Ma l’aumento della spesa totale determinato dall’espansione monetaria non si è rivolto soltanto all’acquisto di beni di consumo, ha interessato anche il mercato azionario e quello immobiliare. Gli americani, avendo grazie alla politica di Greenspan più soldi da spendere, li hanno spesi in beni di consumo perlopiù importati, in azioni ed in case. In conseguenza di ciò sia i corsi azionari sia il prezzo delle case sono aumentati considerevolmente. Le “bolle” della Borsa e del mercato immobiliare sono state il risultato della politica monetaria inflazionistica voluta da Greenspan.

A quanti lo hanno criticato per questi motivi Greenspan ha risposto, nella prefazione al suo ultimo libro, che “non poteva” astenersi dal perseguire una politica monetaria espansiva perché avrebbe provocato una recessione e ciò era politicamente inaccettabile. In ogni caso, dopo la sbornia della espansione monetaria, com’era inevitabile, sono venuti i postumi perché il ritorno ad una politica meno espansiva ha fatto aumentare il tasso d’interesse che è salito velocemente al 5%. L’aumento del tasso ha sgonfiato le “bolle”: il prezzo delle case ha preso a diminuire rapidamente, producendo il disastro dei mutui, le difficoltà delle banche e di tutte le istituzioni interessate con conseguenze a valanga su tutto il sistema economico, e il prezzo delle azioni è crollato (dal massimo storico di 14.000, il Dow Jones è sceso prontamente sotto 7.000).

Mi sembra quindi logico concludere che anzitutto la moneta è importante, la politica monetaria ha un formidabile impatto sull’economia ed è per questo che, come sosteneva Milton Friedman, “è troppo importante per essere affidata ai banchieri centrali”; in secondo luogo è evidente che non siamo affatto in presenza del fallimento del mercato ma delle conseguenze devastanti di politiche sbagliate. L’instabilità economica è quasi sempre da addebitare ai politici che impediscono ai mercati di funzionare regolarmente.

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