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Keynes, un economista contro la realtà


Keynes, un economista contro la realtà
Capire il fallace paradigma keynesiano che inspira la maggior parte degli economisti e dei politici contemporanei per conoscere il potenziale destabilizzante delle politiche economiche interventiste.

Il corpus teorico di John Maynard Keynes (1883-1946) è esposto nella Teoria Generale dell’Occupazione Interesse e Moneta del 1936, l’opera economica più ambigua che sia mai stata scritta ma che purtroppo ha influenzato il corso delle economie mondiali. 

L’economista di Cambridge riteneva che l’economia di mercato fosse intrinsecamente instabile. Egli non spiega il perché: è un postulato della sua dottrina. L’economia lasciata a se stessa si autodistrugge. Per Keynes “l’investimento è volatile, incostante ed irrazionale. Il mondo dell’economia è governato da una incontrollabile e disobbediente psicologia” come afferma  nel capitolo 22 dedicato al ciclo economico (pag. 317) [1]. Gli investitori causano, involontariamente, i collassi economici e i consumatori sono automi passivi alla mercè degli investitori. Poiché l’economia di mercato si basa sulle loro aspettative, la produzione ed occupazione sono sempre a rischio. Se, dice Keynes, l’attività di investimento fosse nelle mani del governo, non sarebbe più in balia di evanescenti “animal spirits”, cioè dei fattori psicologici che causano ondate di pessimismo o ottimismo. Il tasso di interesse scenderebbe praticamente a zero ed il capitale sarebbe disponibile illimitatamente. In questo modo l’economista di Cambridge ci indica la strada della prosperità perenne. Keynes sostiene infatti che: 

..il punto di vista rigoroso di chi suggerisce un alto tasso di interesse per raffreddare l’inflazione non ha nessun fondamento ma è indice di confusione mentale… il rimedio al boom non è un più alto tasso di interesse ma uno più basso perché ciò renderebbe il boom perenne. Il rimedio al boom non è il tentativo di eliminarlo per tenerci in uno stato di semi-crisi, ma di abolire le crisi e mantenerci permanentemente in un stato di quasi boom” (pag.322)

Keynes prosegue: 

Chi possiede capitale guadagna un interesse perché il capitale è scarso, allo stesso modo di come il proprietario di terre può percepire un affitto perché la terra è scarsa. Ma mentre ci possono essere motivi reali per la scarsità della terra non sussistono reali motivi per la scarsità di capitale (poiché lo stato può stampare moneta, nda). Pertanto, in pratica … un aumento dell’offerta monetaria può essere attuato fino a che il capitale cessi di essere scarso … ciò significa l’eutanasia del rentier e di conseguenza l’eutanasia del sempre crescente potere oppressivo del capitalista di sfruttare la scarsità di capitale…(pag. 375-376).


Keynes vuole che il tasso di interesse scenda a zero perché crede che questo livello renda disponibile una maggiore quantità di capitale necessario agli investimenti per aumentare l’occupazione e quindi la domanda: un calo dei consumi può provocare una depressione.  Aumentando l’occupazione, aumentano i redditi che consentono un maggior consumo. La gestione dell’economia attraverso la manovra del tasso di interesse è uno dei cardini della dottrina keynesiana. Un aumento nella offerta di moneta ha un impatto positivo sull’occupazione, sul reddito e l’interesse che variano appunto al variare della liquidità, Pertanto per Keynes: “…l’interesse stesso è un fenomeno squisitamente monetario” (pag. 173) determinato dalla “domanda di moneta” che, erroneamente, egli intende come “preferenza per la liquidità” o “propensione al risparmio” (mentre, invece rappresenta i saldi liquidi che i soggetti economici versano nei conti correnti bancari per far fronte a future e contingenti necessità di spesa). Se la domanda di moneta aumenta, anche il tasso di interesse aumenta (e viceversa) e ciò impedisce di investire, spendere e, sopratutto consumare di più. Appare dunque chiaro come sia importante, in questo schema, la manipolazione del tasso di interesse ad opera delle autorità monetarie capaci di curare il vero male economico: non spendere. Ma se la politica monetaria fallisce nel tentativo di stimolare l’economia vuol dire che investitori e consumatori sono caduti nella “trappola della liquidità” hanno cioè paura di spendere. Allora si rende necessario un ulteriore stimolo, questa volta fornito dallo stato che interviene direttamente aumentando la spesa pubblica per stimolare la domanda. Lo stato, asserisce Keynes, ha la responsabilità di mantenere la piena occupazione e stimolare la domanda poiché “non possiamo pretendere che l’economia privata ci riesca” per cui: “…Costruzione di piramidi, terremoti, perfino guerre possono servire ad aumentare la ricchezza se la formazione dei nostri uomini di stato, plasmatasi  sui principi degli economisti classici non impedisse di fare qualcosa di meglio”. (pag. 129). Qui, Keynes perde definitivamente il senno che aveva già mostrato cedimenti per una precedente ed aberrante asserzione: “…il denaro immesso nel sistema per iniziativa dello stato è altrettanto genuino di quello proveniente dal risparmio” (pag. 83). Secondo Keynes infatti, l’investimento indotto dall’espansione monetaria e dalla spesa pubblica sarebbe la stessa cosa di quello indotto dal risparmio privato.

Questi principi, che nel 1936 furono presentati come nuove scoperte della scienza economica, rivelano l’abissale ignoranza di questo economista sul ruolo del capitale, del tasso di interesse, del risparmio. Si osservi, tuttavia che sono gli stessi principi che guidano le politiche economiche dei nostri giorni. Se è la domanda di consumi, la spesa, a guidare l’economia e la riduzione del tasso di interesse è funzionale allo scopo perché rende disponibile una maggiore quantità di capitale per gli investimenti e conseguenti aumenti di occupazione e quindi di consumo, Keynes  afferma la necessità di una gestione efficace e mirata per aumentare la domanda aggregata e ci fornisce il modello per svolgere questo compito: la macroeconomia. Keynes, fa un ragionamento circolare: La spesa genera reddito. La spesa di un individuo corrisponde al reddito di un altro individuo. Più si spende meglio è. Ciò che guida l’economia è dunque la spesa e questa è il motore della produzione. Se la domanda langue, si espanda dunque il credito per finanziarla; per aumentare produzione il governo aumenti la spesa pubblica; se c’è disoccupazione si stampi denaro. Anche la costruzione di piramidi, come afferma, può innescare lo sviluppo economico. Ora l’affermazione Keynesiana che la domanda cioè il consumo, guidi l’economia, parrebbe intuitiva. È infatti una affermazione spesso ripresa dalla maggior parte della stampa economica che, preoccupata del “calo dei consumi”, invoca la necessità di “rilanciare la domanda”. Ma che sia la domanda a guidare lo sviluppo e che l’investimento sia funzione del consumo è proprio la grande fallacia della economia moderna. A Keynes e ai suoi seguaci non viene mai in mente che la domanda coincida con il potere d’acquisto e che per conseguirlo è necessario prima produrre per essere in grado successivamente di spendere per consumare. Il potere d’acquisto si forma infatti nella produzione e pertanto non si può “esercitare una domanda” se prima “non si è prodotto”. La spesa, quindi, deve essere preceduta dalla produzione la quale, a sua volta, può originare solo dall’astensione del consumo cioè dal risparmio. Ma per Keynes il risparmio, provoca una caduta del reddito, della produzione e del consumo dando luogo al famoso “paradosso del risparmio” (paradox of thrift): “Ogni tentativo di risparmiare di più riducendo i consumi, colpirà talmente i redditi da rendere vano il tentativo stesso di risparmiare” ( p. 84). 

Se, dunque, per Keynes, risparmiare significa “tesaurizzare” o come afferma, aumentare “la domanda di moneta” (la  preferenza per la liquidità) e se nel suo schema la domanda è il motore dello sviluppo, è naturale che il risparmio, così concepito, venga considerato come ostacolo al consumo.

Ma, come qualsiasi persona saggia riconosce, il risparmio,(che sempre è investimento) ed il consumo sono alternativi ed il primo può aumentare solo a spese del secondo. Tuttavia Keynes fa una stupefacente affermazione: Si osservi che, il consumo e l’investimento non sono alternativi. Possiamo ottenere entrambi. Di fatto il consumo stimola l’investimento! È un concetto assurdo, ma significativo con il quale Keynes, inconsapevolmente, offre la chiave di interpretazione di tutte le crisi. Infatti è evidente che, a livello aggregato, aumentare consumo e risparmio allo stesso tempo sarebbe concettualmente impossibile se la politica monetaria non introducesse arbitrariamente nell’economia un eccesso di credito che, simulando il risparmio reale, inganna tutti i soggetti economici portandoli a consumare ed investire di più nello stesso tempo, squilibrando la struttura produttiva ed innescando un processo di inflazione.

Posto che è la domanda dei consumatori a guidare l’economia e una sua diminuzione od aumento possono determinare variazioni degli investimenti rispettivamente negative o positive, l’economia keynesiana assume la forma di “flusso circolare”, che si insegna negli odierni corsi e manuali di economia. In questo modello, la produzione di prodotti finiti aumenta o diminuisce istantaneamente attraverso le variazioni della “spesa aggregata”. Ciò sottende l’idea che la produzione di un paese sia istantanea e non esiga tempo, vale a dire che non esistano quelle tappe intermedie, che rappresentano la parte più importante della struttura produttiva e che precedono la realizzazione dei beni finali.

Il processo produttivo per Keynes è un fantasma. Ignorando gli stadi produttivi, si ignora tutta la spesa dei beni intermedi  la cui produzione richiede cicli produttivi che durano anche diversi anni.

Per la macroeconomia è quindi come se esistessero solo due processi economici, consumi e investimenti in relazione funzionale tra loro e secondo cui se aumentano i primi, aumentano anche i secondi e viceversa: una flessione del consumo causa una flessione degli investimenti e quindi una contrazione dell’economia. In questo schema il tempo reale non esiste ma è solo un fatto contabile. L’economia come invece spiegherà Hayek è invece un processo temporale non circolare e ciò, ha delle conseguenze di incalcolabile portata per l’analisi economica.

Dal “flusso circolare del reddito” Keynes fa emergere il reddito nazionale, oggi definito come Prodotto nazionale Lordo o PIL. Il PIL è costruito staticamente proprio sull’assunto che sia la domanda di beni e servizi finali a guidare l’economia perchè il consumo vi entra come parte preponderante della spesa aggregata. Questa rappresentazione è ingannevole perché la parte preponderante della spesa, in una economia, è quella sostenuta per la produzione non per il consumo. Il PIL, infatti conteggia solo i “valori aggiunti” della produzione finale e non i consumi industriali che si verificano nei suoi stadi intermedi ed il cui valore totale è sempre superiore al valore del consumo finale. È chiaro che questa falsa rappresentazione dell’economia descritta dal PIL, facendo credere che sia il consumo a mettere in moto l’economia, rende tutte le politiche fiscali e monetarie completamente irrealistiche e fallimentari.

Ciò che viene etichettata come economia reale, rispecchia le variazioni dell’offerta monetaria e non della ricchezza reale. Se ad esempio, il PIL registra una diminuzione del consumo  e il governo reagisce con un “pacchetto di stimoli” che prevede la costruzione di “piramidi”, queste pur non aggiungendo nulla al benessere materiale delle persone, entrano tuttavia nel PIL come ricchezza prodotta, mentre la loro costruzione rappresenta solo consumo che avviene a spese del risparmio privato depauperando la struttura produttiva dei beni intermedi che è finanziata proprio dal risparmio. Mentre, se la banca centrale riduce arbitrariamente i tassi di interesse espandendo il credito, il potere d’acquisto creato artificiosamente invece di essere originato da nuova produzione, fa innescare un falso processo di crescita.

Non c’è da stupirsi se nello “schema macroeconomico” siano le banche centrali e i governi a far credere di essere i leader supremi ed onniscienti capaci di guidare la crescita economica di un paese al posto dei milioni di operatori che lavorano nella complessa catena di stadi produttivi che l’analisi del PIL occulta. Interferendo nell’attività economica con le loro manovre sulla macroeconomia, che non rispecchia la produzione di ricchezza reale, governi e banche centrali determinano boom insostenibili e cicli economici. 

È difficile dar conto di tutte le contraddizioni, ambiguità e falsi presupposti della dottrina keynesiana trasmessi in eredità alla economia contemporanea. Hayek sostenne che Keynes aveva confezionato solo uno schema propagandistico ammantato di dottrina, con il specifico scopo di fare uscire negli anni ’30, il governo inglese dall’impasse politica ed economica in cui si trovava all’epoca della Grande Depressione. 

Questa “dottrina” ha poi finito per dare rispettabilità a tutte le politiche interventiste ed inflazionistiche. Keynes non ha formulato nessuna teoria sul ciclo economico ma solo uno schema illusorio che fa pensare che si possa generare ricchezza creando denaro dal nulla. Questo schema continua a sedurre quei politici ed economisti che non capiscono il funzionamento dell’economia reale e quelli che, invece, per motivi ideologici, se ne servono per giustificare lo statalismo su larga scala.

Un famoso giornalista americano, scrisse che Teoria Generale di Keynes era il Das Kapital del XX secolo. Tuttavia Marx voleva la distruzione del capitalismo mentre Keynes voleva solo riformarlo. Marx voleva il socialismo scientifico. Keynes, la socializzazione dell’investimento. La cronaca economica dei nostri giorni ci mostra la strada che si sta intraprendendo.

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