Quasi un'impresa su dieci con almeno 50 addetti ha trasferito all'estero attività o funzioni precedentemente realizzate in Italia, il 7,3% ha sviluppato all'estero nuove attività, mentre il 3,8% ha realizzato entrambe le azioni.
L'internazionalizzazione ha interessato maggiormente le imprese industriali rispetto a quelle operanti nel settore dei servizi. Più scontato il fatto che la dimensione aziendale rappresenta un fattore importante nelle scelte di internazionalizzazione.
Infatti, per il settore industriale tali scelte hanno riguardato il 45,4% delle grandi imprese e soltanto il 14,2% di quelle medie. Alla base della decisione di internazionalizzare, c'è soprattutto la realizzazione di produzioni per nuovi mercati, effettuata dal 67,6% delle imprese che hanno sviluppato processi di produzione all'estero.

Il trasferimento all'estero coinvolge prevalentemente attività o funzioni di supporto realizzate in Italia all'interno dell'impresa (83,9% delle imprese che hanno trasferito all'estero attività o funzioni). Sono inoltre rilevanti anche i processi di sostituzione della subfornitura nazionale con quella estera. I trasferimenti all'estero di attività precedentemente realizzate in Italia all'interno della stessa impresa coinvolgono 1.860 unità, pari all'8,3% delle medie e grandi imprese. Le funzioni più rilevanti trasferite all'estero sono numerose e vanno dal marketing, alle vendite, ai servizi post-vendita, inclusi i centri assistenza e i call center, la distribuzione e la logistica e i servizi amministrativi, contabili e gestionali.
Per quanto riguarda le aree invece, quasi il 55% dei trasferimenti all'estero risulta indirizzato verso Paesi europei. Nell'ambito dei paesi extraeuropei, quote significative di trasferimenti sono dirette verso la Cina, gli Stati Uniti e il Canada.
La riduzione del costo del lavoro è uno dei fattori che più incidono sulla scelta di trasferire all'estero attività o funzioni aziendali: questo fattore è considerato "abbastanza importante" o "molto importante" dal 65,4% delle imprese, la riduzione di altri costi d'impresa e l'accesso a nuovi mercati. Guardando al futuro, il fenomeno dell'internazionalizzazione è destinato ad aumentare.
Infatti il 6,0% delle medie e grandi imprese dichiara di avere in programma nuovi piani di trasferimento all'estero per il triennio 2007-2009. Anche in prospettiva, risulta confermata la minore propensione all'internazionalizzazione da parte delle imprese dei servizi. I piani di trasferimento riguardano in prevalenza aziende che nel quinquennio precedente non hanno avviato forme di internazionalizzazione.
Per queste imprese, si riduce il peso di alcune destinazioni, quali l'Unione Europea, gli Stati Uniti e il Canada a favore di altre aree quali gli altri paesi europei, l'India e l'Africa. Non mancano tuttavia gli ostacoli: i principali sono i vincoli legali o amministrativi, l'instabilità socio-economica del Paese estero, la capacità manageriale dell'impresa, una valutazione dei costi del trasferimento all'estero superiore ai benefici attesi e l'incertezza sugli standard produttivi internazionali.
Per quanto riguarda la valutazione degli effetti prodotti sull'impresa, i maggiori benefici sono la riduzione del costo del lavoro, il miglioramento della performance complessiva dell'impresa e l'accesso a nuovi mercati. Altri fattori che hanno beneficiato in modo significativo del trasferimento all'estero sono stati la riduzione di altri costi d'impresa e l'aumento della capacità di vendita nei mercati esteri.
Nessun effetto negativo? No, il trasferimento all'estero non ha determinato significativi effetti negativi sui fattori di competitività dell'impresa, come il mantenimento delle conoscenze e competenze al proprio interno, la disponibilità di servizi e la fidelizzazione del consumatore.
Fonte: http://www.tecnologiaindustriale.it/